Il ruolo dell’attaccamento adulto
Ci sono relazioni nelle quali sembra di ritrovarsi, ancora una volta, nello stesso punto.
Si teme che l’altro possa allontanarsi. Si cercano continue conferme. Oppure, quando una relazione diventa molto intima, nasce il bisogno di prendere le distanze. A volte cambiano le persone, ma alcune reazioni sembrano sorprendentemente familiari.
Perché accade?
Non esiste una spiegazione unica. Le nostre relazioni adulte sono influenzate da molti fattori: caratteristiche individuali, esperienze precedenti, contesto, aspettative, modalità comunicative e caratteristiche della persona che abbiamo accanto.
Una delle prospettive attraverso cui la psicologia studia questi processi è la teoria dell’attaccamento.
Comprenderla non significa cercare nel passato una spiegazione inevitabile di tutto ciò che accade nel presente. Significa osservare come, nel corso della vita, possiamo costruire aspettative e modalità relativamente abituali di vivere la vicinanza, la fiducia, la separazione e la richiesta di aiuto.
Che cos’è l’attaccamento?
La teoria dell’attaccamento nasce dal lavoro dello psichiatra e psicoanalista John Bowlby e dagli studi successivi di Mary Ainsworth.
Nell’infanzia, il sistema di attaccamento riguarda la ricerca di protezione e vicinanza verso figure significative, soprattutto nelle situazioni di paura, disagio o pericolo.
Le esperienze ripetute all’interno delle relazioni contribuiscono alla costruzione di aspettative riguardo alla disponibilità degli altri e alla possibilità di ricevere conforto e sostegno.
Questo non significa che l’infanzia scriva una volta per tutte il copione delle relazioni future.
Lo sviluppo continua.
Nuove esperienze, altre relazioni significative e le caratteristiche specifiche dei diversi legami possono contribuire a confermare, modificare o rendere più articolate le rappresentazioni costruite nel tempo.
L’attaccamento nell’adulto
Nella ricerca contemporanea sull’attaccamento romantico adulto vengono spesso considerate due dimensioni principali: ansia di attaccamento ed evitamento dell’attaccamento.
Non sono diagnosi e non dividono necessariamente le persone in categorie nette.
Ognuno può collocarsi, in misura differente, lungo entrambe le dimensioni.
Ansia di attaccamento
Una maggiore ansia di attaccamento può essere associata a una particolare sensibilità rispetto alla disponibilità del partner e alla possibilità di essere rifiutati o abbandonati.
In una relazione questo può tradursi, per esempio, in una maggiore necessità di rassicurazione, preoccupazione rispetto ai segnali di distanza o difficoltà nel tollerare l’incertezza relazionale.
Un messaggio che tarda ad arrivare, un partner più silenzioso del solito o un momento di distanza possono assumere un significato particolarmente minaccioso.
Il punto non è semplicemente “avere bisogno degli altri”.
Avere bisogno di vicinanza, sostegno e rassicurazione fa parte delle relazioni umane.
La differenza riguarda quanto intensamente il timore della perdita o del rifiuto tende ad attivarsi e quanto influenza pensieri, emozioni e comportamenti.
Evitamento dell’attaccamento
Una maggiore dimensione di evitamento è invece associata a disagio rispetto alla dipendenza e all’intimità e a una maggiore tendenza a mantenere autonomia e distanza emotiva.
Nei momenti di tensione, alcune persone possono avere maggiore difficoltà a chiedere aiuto, mostrare vulnerabilità o affidarsi al partner.
Anche in questo caso, però, è importante non confondere l’evitamento con il semplice bisogno di autonomia.
Essere indipendenti, avere propri spazi e non desiderare una relazione particolarmente fusionale non rappresentano di per sé un problema.
Diventa clinicamente interessante comprendere se la distanza costituisca una scelta flessibile oppure una modalità particolarmente rigida di proteggersi dalla vulnerabilità e dalla dipendenza affettiva.
E l’attaccamento sicuro?
Nella prospettiva dimensionale, una maggiore sicurezza è generalmente associata a livelli relativamente bassi di ansia e di evitamento.
Questo non significa avere relazioni perfette.
Una persona con maggiore sicurezza può arrabbiarsi, essere gelosa, avere paura di perdere qualcuno o desiderare momentaneamente distanza.
La sicurezza riguarda piuttosto una maggiore possibilità di utilizzare in maniera flessibile sia la vicinanza sia l’autonomia: poter chiedere sostegno quando serve, tollerare una separazione senza interpretarla necessariamente come abbandono e vivere l’intimità senza percepirla automaticamente come una minaccia alla propria indipendenza.
Perché alcuni schemi sembrano ripetersi?
Le esperienze precedenti possono contribuire alla costruzione di aspettative su noi stessi e sugli altri.
Quando entriamo in una relazione, quindi, non incontriamo semplicemente ciò che il partner fa.
Lo interpretiamo.
Se una persona è particolarmente sensibile alla possibilità di essere abbandonata, potrebbe prestare maggiore attenzione ai segnali di distanza.
Se, al contrario, la vicinanza emotiva viene vissuta facilmente come invasiva o rischiosa, potrebbe diventare particolarmente sensibile alle richieste di maggiore intimità.
Queste aspettative possono influenzare anche il comportamento.
E il comportamento di una persona, inevitabilmente, produce risposte nell’altra.
È qui che uno “schema” può diventare una dinamica relazionale.
Quando uno cerca e l’altro si allontana
Immaginiamo una coppia.
Uno dei partner percepisce distanza e cerca maggiore rassicurazione.
L’altro vive quella richiesta come pressione e si allontana.
Più si allontana, più il primo si sente insicuro e aumenta la ricerca di contatto.
Più aumenta la richiesta, più il secondo sente il bisogno di prendere spazio.
A quel punto entrambi possono avere l’impressione che il comportamento dell’altro confermi esattamente ciò che temevano:
“Vedi? Se non insisto, mi abbandona.”
“Vedi? Se mi avvicino, perdo il mio spazio.”
Non tutte le coppie con caratteristiche ansiose o evitanti sviluppano questa dinamica e non tutti i conflitti di coppia possono essere spiegati attraverso l’attaccamento.
L’esempio serve però a mostrare come due modalità individuali possano interagire fino a costruire un ciclo che coinvolge entrambi.
Il passato influenza, ma non determina
Uno degli equivoci più frequenti quando si parla di attaccamento è trasformare una teoria dello sviluppo in una forma di destino psicologico:
“Ho avuto questo tipo di genitori, quindi avrò questo tipo di relazione.”
La realtà è più complessa.
Le prime relazioni sono importanti, ma non rappresentano l’unica esperienza relazionale della nostra vita.
Lo sviluppo è influenzato da molteplici fattori e le modalità di attaccamento adulto non sono completamente immutabili.
Esperienze significative con partner, amici e altre figure importanti possono contribuire nel tempo a modificare il modo in cui viviamo le relazioni.
Anche la psicoterapia può rappresentare un contesto nel quale osservare e comprendere modalità relazionali abituali e costruire nuove possibilità.
La ricerca suggerisce che nel corso di una psicoterapia possono verificarsi cambiamenti nella sicurezza dell’attaccamento, anche se stabilire quanto tali cambiamenti siano direttamente attribuibili al trattamento richiede ancora cautela metodologica.
La nostra storia ci influenza. Non ci condanna a ripeterla.
Non tutto è “attaccamento”
Negli ultimi anni termini come “ansioso”, “evitante” e “disorganizzato” sono diventati molto diffusi sui social network.
Possono sembrare spiegazioni immediate:
“Non risponde perché è evitante.”
“Sono gelosa perché ho un attaccamento ansioso.”
“Scappo dalle relazioni perché sono disorganizzato.”
Ma utilizzare un’etichetta per spiegare automaticamente un comportamento rischia di ridurre la complessità della persona.
Una persona può non rispondere a un messaggio per moltissimi motivi.
Una relazione può essere insoddisfacente indipendentemente dallo stile di attaccamento.
E avere paura di perdere qualcuno non significa automaticamente possedere un determinato “tipo” di attaccamento.
Inoltre, nella letteratura scientifica esistono differenti metodi di valutazione dell’attaccamento adulto, basati su costrutti e strumenti non completamente sovrapponibili.
Per questo le etichette utilizzate nella divulgazione non dovrebbero essere trasformate in autodiagnosi.
Attaccamento e qualità delle relazioni
La ricerca ha trovato associazioni abbastanza consistenti tra maggiore insicurezza dell’attaccamento e diversi aspetti del funzionamento relazionale.
In particolare, livelli più elevati di ansia e di evitamento risultano mediamente associati a una minore soddisfazione nelle relazioni romantiche.
Questo non significa che una persona con maggiore ansia o evitamento sia destinata ad avere relazioni infelici.
Parliamo di associazioni statistiche, non di destini individuali.
Anche il comportamento del partner, le modalità con cui la coppia affronta i conflitti, la qualità della comunicazione e numerosi altri fattori contribuiscono al funzionamento della relazione.
Una relazione è un sistema: non può essere spiegata attraverso una sola caratteristica di uno dei suoi membri.
Riconoscere uno schema senza trasformarlo in un’etichetta
Comprendere le proprie modalità relazionali può essere utile quando permette di diventare più curiosi verso ciò che accade dentro di noi.
Per esempio:
“Cosa succede dentro di me quando percepisco l’altro distante?”
“Che significato attribuisco al fatto che abbia bisogno di spazio?”
“Cosa provo quando devo chiedere aiuto?”
“Perché mostrare vulnerabilità mi mette così in difficoltà?”
“Quello che temo sta accadendo realmente oppure sto anticipando qualcosa che potrebbe accadere?”
Sono domande diverse dal chiedersi:
“Che stile di attaccamento sono?”
La prima prospettiva apre alla comprensione.
La seconda, se utilizzata rigidamente, rischia di trasformare un modo di funzionare in un’identità.
Quando può essere utile un percorso psicologico?
Non è necessario iniziare una psicoterapia semplicemente perché ci si riconosce in alcune caratteristiche dell’attaccamento ansioso o evitante.
Può invece essere utile chiedere un aiuto quando alcune modalità relazionali producono sofferenza significativa o tendono a ripetersi nonostante il desiderio di comportarsi diversamente.
Per esempio, quando la paura dell’abbandono diventa particolarmente intensa, quando la vicinanza genera sistematicamente il bisogno di fuggire, quando i conflitti seguono continuamente lo stesso ciclo oppure quando costruire e mantenere relazioni soddisfacenti diventa molto difficile.
Il lavoro psicologico non consiste necessariamente nel trovare un’etichetta che descriva la persona.
Può significare comprendere come si è costruito un determinato modo di stare nelle relazioni, che funzione ha avuto e se oggi esistono possibilità più flessibili di rispondere.
In conclusione
Le relazioni che abbiamo vissuto contribuiscono al modo in cui affrontiamo quelle successive.
Ma tra passato e presente non esiste un rapporto semplice e inevitabile.
Possiamo portare nelle relazioni aspettative, paure e strategie costruite nel corso della nostra storia. Possiamo anche incontrare persone e vivere esperienze che le modificano.
Comprendere l’attaccamento adulto, allora, non significa scoprire quale etichetta ci definisce.
Significa iniziare a osservare che cosa accade quando abbiamo bisogno dell’altro, quando temiamo di perderlo, quando ci sentiamo vulnerabili e quando la vicinanza diventa difficile da tollerare.
Uno schema diventa particolarmente importante quando sembra lasciare poco spazio alla scelta.
Riconoscerlo può essere il primo passo non per cancellare la propria storia, ma per evitare che sia sempre e soltanto quella storia a decidere come vivere le relazioni presenti.
Riferimenti essenziali
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