Veronica Sole Psicologa Limbiate

Quando un adolescente si ritira

Durante l'adolescenza il bisogno di autonomia e di spazi personali tende ad aumentare. Ma quando il ritiro diventa persistente e interferisce con le relazioni, la scuola o la vita quotidiana, può essere importante comprenderne il significato. In questo articolo esploriamo come distinguere il bisogno di solitudine da possibili segnali di disagio.

Solitudine, bisogno di autonomia o segnale di disagio?

Durante l’adolescenza può accadere che un ragazzo inizi a trascorrere più tempo da solo, chiuda più spesso la porta della propria camera, parli meno con i genitori o preferisca comunicare con gli amici attraverso uno schermo.

Per un genitore, questi cambiamenti possono essere difficili da interpretare.

È una normale ricerca di autonomia? È semplicemente un ragazzo introverso? Sta attraversando un periodo difficile? Oppure quel progressivo allontanamento potrebbe essere il segnale di un disagio che merita maggiore attenzione?

Non esiste una risposta valida per tutti.

Il bisogno di stare soli non è, di per sé, un problema psicologico.

Durante l’adolescenza cambiano il rapporto con i genitori, il bisogno di privacy, il peso delle relazioni con i coetanei e il modo in cui il ragazzo costruisce progressivamente la propria identità.

Per comprendere quando un ritiro diventa significativo, quindi, non basta osservare quanto tempo un adolescente trascorre da solo.

È necessario comprendere come sta, cosa è cambiato e quanto quel ritiro sta limitando la sua vita.

Stare soli e sentirsi soli non sono la stessa cosa

Solitudine, isolamento e ritiro sociale sono concetti collegati, ma non equivalenti.

Un adolescente può scegliere di trascorrere del tempo da solo e stare bene. Può avere pochi amici, ma relazioni significative e soddisfacenti. Può essere introverso e non presentare alcuna difficoltà psicologica.

Al contrario, un ragazzo può essere circondato da altre persone e sentirsi profondamente solo.

È quindi importante distinguere tra una solitudine ricercata e vissuta positivamente e una condizione nella quale il ragazzo vorrebbe partecipare maggiormente alla vita sociale, scolastica o relazionale ma, per ragioni differenti, non riesce a farlo.

Anche il ritiro sociale non costituisce automaticamente una diagnosi.

Può presentarsi con caratteristiche molto diverse e può essere associato, per esempio, a difficoltà ansiose o depressive, esperienze negative con i coetanei, difficoltà scolastiche, condizioni del neurosviluppo o altre forme di disagio.

Per questo il comportamento visibile — “non esce più” — rappresenta soltanto il punto di partenza dell’osservazione, non la spiegazione.

Quando il ritiro diventa un segnale da ascoltare

Più che un singolo comportamento, è utile osservare il cambiamento nel funzionamento complessivo dell’adolescente.

Un ragazzo che ha sempre amato trascorrere molto tempo da solo è diverso da un ragazzo che improvvisamente interrompe le attività che prima gli piacevano, smette di vedere gli amici e progressivamente restringe il proprio mondo.

Alcuni segnali meritano particolare attenzione quando persistono nel tempo o compaiono insieme:

  • progressiva riduzione dei rapporti con amici e coetanei;
  • abbandono di sport, interessi o attività precedentemente piacevoli;
  • crescente difficoltà o rifiuto nell’andare a scuola;
  • significativo peggioramento del rendimento scolastico;
  • inversione o marcata alterazione del ritmo sonno-veglia;
  • cambiamenti importanti nell’alimentazione;
  • irritabilità o tristezza persistenti;
  • perdita di interesse e piacere;
  • frequenti sentimenti di inadeguatezza o autosvalutazione;
  • difficoltà sempre maggiori nell’affrontare le normali attività quotidiane;
  • permanenza quasi esclusiva nella propria stanza o in casa.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, permette di formulare una diagnosi.

È la loro persistenza, intensità e interferenza con la vita quotidiana a rendere opportuno un approfondimento.

Dietro lo stesso comportamento possono esserci esperienze molto diverse

Immaginiamo due adolescenti che trascorrono quasi tutto il pomeriggio nella propria camera.

Dall’esterno il comportamento sembra identico.

Il primo studia, ascolta musica, mantiene amicizie, esce regolarmente e vive quel tempo come uno spazio personale di cui ha bisogno.

Il secondo ha progressivamente smesso di frequentare gli amici, teme il giudizio degli altri, evita la scuola e trascorre sempre più tempo chiuso in camera perché affrontare il mondo esterno gli provoca un forte disagio.

Il comportamento osservabile è simile.

Il suo significato psicologico è profondamente diverso.

È uno dei motivi per cui, davanti al ritiro di un adolescente, è importante evitare etichette rapide come “pigro”, “asociale”, “svogliato” o “dipendente dal telefono”.

Prima di interpretare, occorre comprendere.

Ritiro sociale, ansia e depressione

Il progressivo isolamento può comparire insieme a difficoltà internalizzanti, cioè forme di sofferenza che tendono a essere rivolte prevalentemente verso l’interno e che, proprio per questo, possono essere meno evidenti rispetto ai comportamenti esternalizzanti.

Nell’ansia sociale, per esempio, il ragazzo può desiderare le relazioni ma temere intensamente il giudizio, l’imbarazzo o la possibilità di essere rifiutato.

Evitare una festa, un’interrogazione, un gruppo di coetanei o una situazione nuova può produrre nell’immediato una diminuzione dell’ansia. Proprio questo sollievo può contribuire a mantenere l’evitamento nel tempo.

Anche nella depressione può comparire un progressivo allontanamento dagli amici e dalle attività precedentemente piacevoli, insieme ad altri possibili segnali come irritabilità o tristezza persistente, perdita di interesse, modificazioni del sonno o dell’appetito, stanchezza, difficoltà di concentrazione e sentimenti di inutilità o colpa.

Questo non significa che un adolescente che si isola sia necessariamente ansioso o depresso.

Significa che, quando il ritiro diventa significativo, anche queste possibilità devono essere considerate all’interno di una valutazione più ampia.

E gli smartphone?

Quando un adolescente trascorre molte ore nella propria stanza utilizzando videogiochi, social network o piattaforme online, può essere spontaneo individuare nella tecnologia la causa principale del problema.

La relazione, però, può essere molto più complessa.

Per alcuni ragazzi il mondo digitale può rappresentare una modalità per mantenere relazioni che altrimenti sarebbero difficili. Per altri può diventare uno spazio nel quale rifugiarsi progressivamente dalle richieste e dalle difficoltà della vita offline.

Inoltre, un utilizzo molto intenso della tecnologia può essere contemporaneamente parte del problema, conseguenza del ritiro oppure entrambe le cose.

Per questo limitarsi a togliere il telefono o il computer senza comprendere la funzione che stanno assumendo nella vita del ragazzo rischia di non affrontare il nucleo della difficoltà.

La domanda clinicamente più utile non è soltanto:

“Quante ore passa online?”

ma anche:

“Che cosa trova online e che cosa sta diventando difficile affrontare fuori?”

Quando il ritiro diventa estremo: il termine “hikikomori”

Negli ultimi anni il termine hikikomori, nato in Giappone, è entrato sempre più frequentemente nel linguaggio comune per descrivere adolescenti e giovani che si isolano.

È però importante utilizzarlo con cautela.

La letteratura scientifica descrive forme di ritiro sociale grave e prolungato, caratterizzate da una marcata riduzione della partecipazione alla vita sociale, scolastica o lavorativa e da una permanenza prevalentemente all’interno dell’ambiente domestico.

Il fenomeno è stato osservato anche al di fuori del Giappone, Italia compresa.

Tuttavia, il dibattito scientifico sulla sua definizione e classificazione è ancora aperto e i criteri utilizzati negli studi non sono completamente omogenei.

Inoltre, forme importanti di ritiro sociale possono presentarsi insieme a differenti condizioni psicopatologiche.

Per questo non è corretto definire automaticamente “hikikomori” un adolescente semplicemente perché trascorre molto tempo nella propria stanza, utilizza molto internet o esce poco.

È necessaria una valutazione clinica complessiva.

Cosa può fare un genitore?

Quando un figlio si ritira, la preoccupazione può portare facilmente a due reazioni opposte.

Da una parte, minimizzare:

“È solo una fase.”

Dall’altra, cercare di forzarlo immediatamente:

“Da domani esci.”

“Basta computer.”

“Devi reagire.”

Entrambe le risposte rischiano di perdere informazioni importanti.

Un primo passo può essere provare ad aprire uno spazio di dialogo che non inizi da un’accusa.

Invece di:

“Perché non vuoi più fare niente?”

può essere più utile dire:

“Ho notato che ultimamente esci molto meno e hai lasciato alcune cose che prima ti piacevano. Mi interessa capire come stai.”

Non è necessario ottenere immediatamente una risposta.

Un adolescente può avere bisogno di tempo, può non sapere spiegare ciò che gli sta accadendo oppure può temere che raccontarlo produca giudizi, preoccupazioni o conseguenze che non desidera.

Ascoltare non significa rinunciare al ruolo genitoriale.

Significa cercare di comprendere il problema prima di decidere come intervenire.

Quando chiedere aiuto

Una valutazione professionale può essere indicata quando il ritiro diventa persistente o progressivamente più marcato e inizia a compromettere aree importanti della vita dell’adolescente: scuola, amicizie, attività quotidiane, relazioni familiari o cura di sé.

È opportuno prestare particolare attenzione quando all’isolamento si associano un forte peggioramento dell’umore, perdita di interesse, grave ansia, abbandono scolastico, comportamenti autolesivi, pensieri di morte o suicidio, oppure un deterioramento significativo del funzionamento quotidiano.

In presenza di pensieri suicidari, autolesionismo o rischio immediato per la sicurezza del ragazzo è necessaria una valutazione tempestiva da parte dei servizi sanitari appropriati.

L’obiettivo della valutazione psicologica o neuropsichiatrica non è semplicemente convincere l’adolescente a “uscire dalla stanza”.

È comprendere che funzione sta assumendo il ritiro e quali fattori lo stanno sostenendo.

In conclusione

Durante l’adolescenza, cercare maggiore privacy e trascorrere del tempo da soli può essere parte del normale processo di crescita.

Il punto non è quindi stabilire quante ore un ragazzo possa trascorrere nella propria stanza prima che questo diventi “sbagliato”.

La domanda più utile è un’altra:

quel ritiro rappresenta una scelta compatibile con una vita che continua a funzionare oppure il mondo dell’adolescente si sta progressivamente restringendo?

Quando diminuiscono contemporaneamente scuola, amicizie, interessi, autonomia e partecipazione alla vita quotidiana, il ritiro merita di essere ascoltato.

Non come un’etichetta.

Non come una colpa.

Ma come un possibile segnale che richiede comprensione.

Riferimenti essenziali

Pupi, V. et al. (2025). Hikikomori (prolonged social withdrawal) and co-occurring psychiatric disorders and symptoms in adolescents and young adults: A scoping review. Comprehensive Psychiatry, 138, 152573.

Sesso, G. et al. (2023). Hikikomori (Severe Social Withdrawal) in Italian Adolescents: Clinical Features and Follow-Up. International Journal of Environmental Research and Public Health.

Muris, P., & Ollendick, T. H. (2023). Contemporary Hermits: A Developmental Psychopathology Account of Extreme Social Withdrawal (Hikikomori) in Young People. Clinical Child and Family Psychology Review.

Rubin, K. H. et al. (2024). Child and adolescent social withdrawal predict adult psychosocial adjustment: A meta-analysis. Frontiers in Developmental Psychology.

American Academy of Child and Adolescent Psychiatry. Depression in Children and Teens; When to Seek Help for Your Child.

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